Rolling Stones, Foreign Tongues: quando una leggenda continua a camminare
Il nuovo lavoro discografico dei Rolling Stones, Foreign Tongues, conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, il valore di una delle più grandi avventure della musica popolare.
Fatico ormai a definirli una “band”. Da irriducibile romantico, penso che quella storia si sia conclusa con la scomparsa di Charlie Watts e, in parte, già con l’uscita di Bill Wyman. Le band sono organismi viventi: non sono un marchio, ma un equilibrio irripetibile di esseri umani che respirano, ascoltano e suonano insieme. Una parte enorme del fascino degli Stones nasceva proprio da quell’alchimia.
Resta però intatto il cuore creativo del sodalizio tra Mick Jagger e Keith Richards, autori di gran parte di un repertorio che ha cambiato la storia del rock, affiancati da un Ron Wood che, dopo tanti anni, è ormai a tutti gli effetti una delle pietre rotolanti.
Foreign Tongues è un disco piacevolissimo, immediato, costruito con un mestiere che pochi possono permettersi. C’è il rock, il rock and roll, un paio di splendidi episodi soul, un brano dichiaratamente country, qualche improvvisa accelerazione quasi hard rock. Le chitarre esplodono con generosità, Steve Jordan suona la batteria con una classe impressionante, mentre la produzione valorizza melodie e ritornelli che rimangono in testa. Colpisce anche il falsetto di Mick Jagger, oggi più controllato e raffinato che in passato.

Il limite del disco, semmai ce ne fosse uno, è lo stesso emerso durante la presentazione londinese con Mick Jagger e Ron Wood. Più che un album degli Stones, a tratti sembra una convivenza felice di personalità artistiche diverse riunite sotto un nome leggendario. Alcuni brani appartengono chiaramente all’universo musicale di Jagger, altri potrebbero essere usciti senza difficoltà dalla discografia solista di Keith Richards. Ron Wood, poi, si prende spesso la scena: il suo lavoro di slide guitar nel brano country è magnifico e, più in generale, restituisce quel gusto per il grande assolo rock che oggi si ascolta sempre più raramente.
C’è anche una qualità compositiva che merita di essere sottolineata: gli Stones continuano a costruire canzoni che crescono strada facendo, alternando tensione e rilascio, pieni e vuoti, fino a rendere ogni brano vivo, mai statico.
Foreign Tongues non è un disco destinato a cambiare il modo di guardare il mondo. Non pretende di farlo. È un album che ricorda perché gli Stones siano diventati gli Stones: sa accendere il corpo prima ancora della testa, fa venire voglia di alzare il volume, di ballare, di sorridere davanti a un riff ben suonato.
E, in fondo, anche questo è un piccolo miracolo. Perché dopo oltre sessant’anni di carriera continuano ancora a parlare una lingua che milioni di persone comprendono al primo ascolto.
Bentornati, Rolling Stones. È sempre un piacere ritrovarvi.





































