Opeth, la consacrazione a Pompei: quando il progressive death metal entra nella storia del rock

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Non è un concerto come gli altri. Non può esserlo.

L’Anfiteatro degli Scavi di Pompei è uno di quei luoghi in cui la musica porta inevitabilmente con sé il peso della memoria. Da oltre cinquant’anni il nome dell’antica arena romana richiama quello dei Pink Floyd, che proprio qui immortalarono una delle opere più influenti della storia del rock. Ogni artista che sale su questo palco sa di confrontarsi con qualcosa che va oltre il semplice valore archeologico della location:

è un simbolo, un luogo dove passato e presente della musica sembrano convivere naturalmente.

Per gli Opeth, venerdì 10 luglio, è stato molto più di una tappa del tour. È stata una consacrazione.

Il colpo d’occhio, prima ancora che si abbassassero le luci, raccontava già l’eccezionalità dell’evento. Anfiteatro sold out e un pubblico cosmopolita, con circa la metà degli spettatori arrivata dall’estero. Non soltanto fan italiani, dunque, ma appassionati provenienti da tutta Europa, molti dei quali avevano trasformato il concerto in un vero e proprio pellegrinaggio musicale. Tra loro anche amici dello stesso Mikael Åkerfeldt, presenti per condividere una serata che lo storico leader svedese avrebbe poi definito indimenticabile.

Ad aprire la serata sono i Blood Incantation, scelta perfettamente in linea con l’identità degli Opeth. La band americana evita le scorciatoie del death metal tradizionale, preferendo composizioni lunghe, ricche di fratture ritmiche e improvvise aperture melodiche. L’estremismo sonoro convive con atmosfere quasi cosmiche, in un equilibrio che ricorda quanto il metal contemporaneo possa essere sofisticato senza rinunciare alla propria forza espressiva. È il preludio ideale.

Quando gli Opeth entrano in scena, la prima sorpresa arriva immediatamente. Nessun classico per rompere il ghiaccio, ma §1, brano di apertura dell’ultimo album “The Last Will and Testament”. È una dichiarazione d’intenti. Dopo oltre trent’anni di carriera, la band non utilizza il nuovo materiale come semplice parentesi obbligata, ma lo colloca nel punto più delicato del concerto, quello in cui bisogna conquistare immediatamente il pubblico. Una scelta coraggiosa che viene ripagata dalla qualità della composizione.

Segue Hjärtat vet vad handen gör, dal penultimo “In Cauda Venenum”, proposta per la prima volta in questo tour, che mette subito in evidenza l’attuale identità della band: riff costruiti su armonie tipicamente progressive, continui cambi di tempo e una scrittura che privilegia la narrazione musicale rispetto all’impatto immediato.

La scrittura degli Opeth continua infatti a sfuggire alle categorie. Il death metal rimane un’origine più che un punto di arrivo. Oggi il linguaggio della band si alimenta di progressive rock, jazz, folk nordico e psichedelia, sviluppando strutture che sembrano respirare più che procedere secondo la classica alternanza strofa-ritornello. I continui cambi di metro, gli accordi sospesi e il raffinato lavoro armonico trasformano ogni brano in un racconto.

L’impatto di Godhead’s Lament dimostra quanto questa evoluzione non abbia mai cancellato il passato. A distanza di oltre venticinque anni il brano conserva intatta la propria forza narrativa, alternando growl abrasivi a improvvisi squarci acustici senza che la transizione appaia forzata. È probabilmente questa la cifra stilistica che gli Opeth non hanno mai perso: la capacità di rendere naturale ciò che, sulla carta, sembrerebbe inconciliabile.

L’arrivo di §7, secondo estratto dall’ultimo lavoro, che vanta inoltre il featuring dello storico Ian Anderson dei Jethro Tull, rafforza ulteriormente questa impressione. Il pubblico accoglie il nuovo repertorio con la stessa partecipazione riservata ai grandi classici, segno che la band è riuscita in un’impresa rara: continuare a evolversi senza spezzare il legame con la propria storia. Segue la spendida The Devil’s Orchard, pietra miliare di “Heritage”.

Se la prima parte del concerto mette in evidenza la complessità della scrittura, è con Windowpane che Pompei diventa protagonista. Anche questo è un debutto nel tour, e difficilmente avrebbe potuto trovare una cornice migliore. Le note sembrano propagarsi tra le antiche pietre dell’anfiteatro con una naturalezza quasi irreale. In quei minuti la musica degli Opeth perde ogni etichetta. Non è più progressive metal, non è più death metal. È semplicemente un paesaggio sonoro.

Poi arriva The Great Conjuration, che spezza l’incantesimo con il suo incedere monolitico. Il riff principale continua a essere uno dei più efficaci mai scritti dalla band, ma ciò che colpisce maggiormente è la precisione dell’esecuzione. Waltteri Väyrynen governa una trama ritmica estremamente complessa senza sacrificare potenza o dinamica, mentre Martin Méndez costruisce un tappeto sonoro che tiene insieme ogni improvvisa deviazione armonica.

Demon of the Fall è invece il momento della memoria collettiva. Basta l’attacco del brano perché il pubblico reagisca all’unisono.

L’accenno a Moonlapse Vertigo, che introduce §3, diventa un piccolo omaggio ai fan più attenti, quasi un gioco interno tra band e pubblico.

Ma i concerti degli Opeth non sono fatti soltanto di intensità musicale. Una parte del loro fascino risiede proprio nella personalità di Mikael Åkerfeldt, capace di passare con assoluta naturalezza dalla profondità emotiva all’ironia più disarmante.

L’esempio perfetto arriva con You Suffer, storica scheggia grindcore dei Napalm Death. Åkerfeldt la presenta spiegando che si tratta di un testo che lui non sarebbe mai riuscito a scrivere. Il motivo scatena immediatamente le risate del pubblico: il brano dura appena due secondi e le uniche parole pronunciate sono “You suffer. Goodbye”. Gli Opeth invitano tutti a cantarlo “più velocemente possibile” e rigorosamente in growl, ripetendolo per ben due volte. È un siparietto che dura pochi istanti, ma racconta meglio di qualsiasi discorso il rapporto costruito negli anni tra la band e il proprio pubblico.

La parte conclusiva del concerto rappresenta probabilmente il vertice artistico della serata.

The Drapery Falls conserva intatta quella straordinaria capacità di costruire tensione senza mai affidarsi alla sola violenza sonora. Gli arpeggi iniziali, il lento accumulo dinamico, l’esplosione improvvisa del growl: tutto appare calibrato con un senso della narrazione che pochi gruppi hanno saputo raggiungere nel metal contemporaneo.

La vera sorpresa è però Hex Omega, riproposta dal vivo per la prima volta da diversi anni. In un luogo come Pompei il brano assume quasi una dimensione cinematografica. Le tastiere di Joakim Svalberg ampliano ulteriormente lo spazio sonoro, mentre le chitarre preferiscono costruire atmosfera anziché peso. È uno dei momenti più intensi dell’intero concerto.

Quando la band rientra per il bis, il finale sembra già scritto.

Deliverance non è soltanto uno dei brani simbolo degli Opeth. È uno dei finali più riconoscibili dell’intera storia del metal moderno. Il celebre riff conclusivo, reiterato fino a diventare una sorta di mantra, trasforma l’anfiteatro in un unico organismo pulsante. Nessuno sembra avere fretta che il concerto finisca.

Dal punto di vista esecutivo la band raggiunge livelli impressionanti. Fredrik Åkesson e Mikael Åkerfeldt dialogano continuamente, evitando qualsiasi esibizionismo gratuito e privilegiando la costruzione collettiva del suono. Martin Méndez continua a rappresentare il vero punto di equilibrio della formazione, mentre Väyrynen conferma di essersi inserito perfettamente in una macchina musicale che richiede precisione assoluta ma anche grande sensibilità dinamica. Fondamentale anche il lavoro di Joakim Svalberg, le cui tastiere non si limitano a riempire gli spazi, ma diventano parte integrante dell’architettura armonica dei brani.

A un certo punto della serata Åkerfeldt guarda il pubblico e ammette che gli Opeth hanno suonato migliaia di concerti, troppi per poterli ricordare tutti. «Ma questo», dice sorridendo, «lo ricorderemo per sempre». Poi aggiunge che mai avrebbe immaginato, quando la band muoveva i primi passi nella scena death metal, di poter arrivare un giorno a esibirsi in un luogo come questo.

È probabilmente la sintesi migliore dell’intera serata.

Perché il concerto di Pompei non rappresenta soltanto una data prestigiosa. Segna il punto in cui una delle band più originali del metal europeo entra definitivamente in un luogo che appartiene alla storia universale del rock. E, almeno per una notte, quelle pietre che hanno ascoltato in silenzio i Pink Floyd, hanno accolto anche il suono cangiante degli Opeth, dimostrando che la grande musica, qualunque forma scelga di assumere, trova sempre il modo di dialogare con la storia.

(Foto ed articolo a cura di Giovanni Cionci)

Di seguito le foto dei  Blood Incantation:

E una ricca photogallery degli Opeth:

 

 

 

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