Con una trilogia Maurizio Baiata racconta la storia del pop rock con attenzione verso l’avanguardia

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Taormina, Franco Battiato, Maurizio Baiata, Rosario Di Bella, Juri Camisasca

Una trilogia epica, che racconta decenni di musica pop rock. Ci ha pensato Maurizio Baiata, firma storica di riviste musicali come Ciao 2001, Best, Muzak, Nuovo Sound. Ora Baiata fa uscire “Rock Memories – La vertigine delle good vibrations vol.3” (Verdechiaro, 356 pagg. 25€). Da sempre appassionato di musica d’avanguardia, Maurizio porta alla ribalta nomi che appartengono alla storia della musica, quella che molte generazioni ha imparato a conoscere proprio attraverso i suoi articoli. Si parla di Beat Generation, del locale Piper a Roma dove passarono tantissimi gruppi. Parlava di mercato discografico (Best, dicembre 1977). Baiata non era il tipo di accontentarsi di promuovere qualche artista che aveva l’album nuovo da presentare al pubblico, semmai andava a sostenere le proposte meritevoli come quella degli Area (Nuovo Sound, 1977) e poi tutta la serie di artisti per Best: Amon Dull II, Agorà, Dedalus, Arti e Mestieri, Baricentro, Nadma, Balletto di Bronzo, Aktuala, ma anche Philip Glass e Terry Riley, la punta di riferimento dei minimalisti americani che tanto hanno condizionato il pop di quegli anni. Ma veniamo a noi, abbiamo raggiunto Maurizio per un’intervista, sui libri che ha pubblicato, ma soprattutto per avere un suo punto di vista di tutto quello che è successo e come siamo arrivati a oggi.

Maurizio sei stato uno dei giornalisti che ho più letto, perché sapevi indirizzare il lettore verso artisti apparentemente minori. Questo terzo volume di “Rock Memories” esaurisce il tuo archivio o potrebbe arrivare dell’altro?

Andando in stampa con il terzo volume mi sono reso conto di non aver inserito la maggioranza delle mie recensioni e un numero consistente di articoli e interviste. Per ragioni di spazio, ma anche di opportunità, infatti l’idea di un corollario di materiali inediti e soprattutto di un indice ragionato costituirebbe una efficace guida alla consultazione, mettendo a confronto epoche diverse, dai ’70 ai giorni nostri, offrendo anche al lettore una via per guardare a come sono cambiate le cose, soprattutto per me, che ora sono molto più avanti con gli anni.  

Raccontaci la tua esperienza di giornalista in quei primi anni Settanta. Si poteva vivere di quello?

Dipende dal carattere e dalle esigenze di vita, all’epoca molto alternative. Mi bastava quello che ricavavo mensilmente dagli articoli pubblicati, ma era poco e del tutto insicuro. Non ero un figlio di papà, nonostante venissi dal San Leone Magno, dove il professore di Lettere Walter Mauro mi spinse a scrivere. Non posso nascondere che, quando mi fu fatta l’offerta di entrare in RCA la accettai soprattutto per ragioni economiche. Solo che, nel ’74 scrivevo ancora per il Ciao e quindi scelsi la soluzione del lavoratore autonomo. Timbravo il cartellino, avevo orari da rispettare, era il ministero della Musica e delle opportunità di incontrare e vivere la musica dall’altra parte della barricata. Fu una palestra importante per me.   

Rispetto ai colleghi, come funzionava il rapporto, avevate degli incontri redazionali o ognuno faceva per conto proprio? 

Se parliamo di Ciao 2001, la redazione esisteva come giornalisti redattori interni e una rete di collaboratori. Ma niente riunioni di redazione. Si proponeva un pezzo e se il direttore Saverio Rotondi lo accettava, ti davi da fare per realizzarlo. Le consegne erano entro il giovedì o venerdì, perché la rivista usciva il lunedì successivo. Tutto faceva capo a Rotondi, che era bravo a tenerci a bada, giovani che sapevano scrivere e fra i quali però c’era molta rivalità per accaparrarsi l’ultimo disco appena importato. Ci vado io, ci penso io, me ne occupo io… era una piccola guerra basata soprattutto sugli interessi personali. I clan sono fatti così e se ti ci adegui è una tua scelta. Però funzionava.    

In un Collettivo come Muzak, la riunione di Redazione era un must, fra chi si occupava di Musica e chi di argomenti sociali, politici e delle altre arti non c‘era rivalità. Le case discografiche, ovviamente prediligevano quelli che lavoravano per il Ciao, per Giovani o testate che ammiccavano al “sistema”. Anche perché il “sistema” aveva messo le mani sulla Musica.

Roma è sempre stata la città dove la stampa musicale imperversava, ma c’era e c’è anche la Rai, hai mai provato con le trasmissioni in radio?

Altroché. L’elenco delle trasmissioni radiofoniche che ho fatto per la RAI comprende Atmosfere 2000, Combinazione Suono, Spazio X, Un Passo Avanti e altre. Un totale di una decina d’anni, comprese le mie corrispondenze da New York, negli Ottanta. Solo che ero sempre lo stesso, nei miei programmi passavo musiche inusitate per l’epoca, dai Corrieri Cosmici tedeschi alle avanguardie, tipo, Riley, Reich e Glass, o la Third Ear Band. Anche in questo caso tutto filò liscio fin quando una sera dissi che la puntata era dedicata ai compagni della Baader-Meinhof.

Partecipavi ai festival pop di quegli anni, ne ricordi qualcuno in particolare?

Ricordo quello di Villa Pamphili a Roma, ne feci una cronaca sul Ciao, poi al Be In di Napoli al Festival delle Nuove Tendenze, le serate di Controcanzonissima al Piper, il Festival di Travagliato con gli Embryo quando sul palco misi “Earthbound” dei King Crimson che avevo preso a Londra un paio di giorni di prima, insomma in Italia ne avrò visti una decina. Si respirava un’aria strana. La musica era il collante, ma in realtà gli organizzatori dovevano fare i conti con ingerenze già pesanti all’epoca.   

A Roma c’era il gruppo di Stampa Alternativa che tanto impegno ci mise per boicottare festival e concerti, della serie la musica doveva essere gratis. Eri con loro?

Ne conoscevo alcuni. Non ero con loro. Non avrei lavorato gratis e/o per sballarmi come facevano in tanti. A Muzak Giaime Pintor e gli altri più politicizzati avevano rapporti diretti con Marcello Baraghini e ricordo che alcuni articoli riguardavano le iniziative di Stampa Alternativa che non mi risulta facessero parte di strategie  anti-concerti. Fecero, fra l’altro, il Libro Bianco del Pop in Italia. Che a trovarlo e a leggerlo spiega molto. Non è firmato. La stagione dei grandi festival Rock in Italia è finita a causa degli scontri tra frange di autonomi e polizia, ma tutto e sempre orchestrato da altri che, secondo me, avevano deciso che il Rock era pericoloso, in quanto libertario e rivoluzionario.   

A Milano risposero con il processo a De Gregori, a proposito cosa ne pensi della sua uscita recente. Secondo lui artisti come Springsteen devono tenere la bocca chiusa su argomenti che non riguardano la musica.

Non la penso affatto come De Gregori. Semplicemente, la Musica e il Rock sono lo specchio del tempo in cui si vive di quella musica e di quel Rock. Che sia la Londra degli anni Sessanta e dell’UFO Club, oppure siano altri decenni di espressione libera e fuori sistema, come il Punk e il Grunge di Seattle, da sempre c’è stata un’espressione generazionale alternativa. Come dire che a Woodstock non avrebbero dovuto esibirsi John Sebastian, Country Joe Mc Donald o Richie Havens. I cantautori italiani, tolti quelli che o sono stati fatti fuori perché scomodi e non mercificabili dalle case discografiche, vedi Rino Gaetano e prima di lui Luigi Tenco, o i milanesi e i genovesi, oppure che hanno seguito il flusso delle cose, non sono mai stati in grado di dialogare con i gruppi Rock, unica eccezione mi pare sia stata la PFM con De André. Si è sfaldato tutto il loro potenziale. Io adoravo Guccini e mi piaceva Antonello Venditti, con il quale ho lavorato a lungo e l’ho anche intervistato più volte. Se un De Gregori si esprime così è perché forse ha dimenticato i tempi del Folk Studio.       

©P.Galasso

C’è qualche artista del passato che hai seguito e valorizzato e che secondo te meritava maggior successo?

Oh beh, avrei voluto fare di più per molti di loro, per tutti quelli che mi hanno fatto emozionare, ma non ero io che davo qualcosa a loro. Sono gli artisti che danno qualcosa a noi. 

Quali erano i tuoi punti fermi, quelli che entravano nei tuoi preferiti?

I nomi dell’avanguardia, i Magma, i Tangerine Dream, tutta la West Coast, David Crosby, le voci che al primo attacco ti fanno tremare il cuore, gli uomini e le donne che hanno cavalcato sulle onde del cosmo, che hanno vissuto la loro musica perché ispirati da altrove. Ce ne sono a bizzeffe. Il primo: Jimi Hendrix. Poi The Who. 

 

Hai avuto un rapporto personale con Battiato, ci vuoi dire qualcosa di lui come persona e come artista?

Sì. Mi disse di intervistarlo, in redazione al Ciao, Saverio Rotondi. Cercai di evitare, poi me lo trovai davanti, aveva “Fetus” in mano e capii. Era un siciliano dal cuore d’oro. Persona fantastica, capace di ogni cosa, sceso sulla terra e pieno di amore per la vita. Quando mi ha cercato per propormi di realizzare la versione in inglese di “Attraversando il Bardo” o quando mi ha detto di andare a Catania per fare da interprete sul palco del fisico quantistico Jack Sarfatti è stato un grande onore, ma era il cuore che mi batteva forte ogni volta che lo sentivo, che mi chiamava o lo chiamavo io ed era sempre per qualcosa che ci univa, chissà, forse le mie origini siciliane, di padre. E poi raccontava cose mirabolanti che gli erano successe, ti ascoltava con attenzione, era uno spasso. Sapevo che la sua vita su questo piano di esistenza non sarebbe durata ancora a lungo, e mi colpì tanto vederlo interrompere un brano durante un concerto a Roma perché aveva dimenticato le parole e sorridendo disse: “Oh, beh l’orchestra si è lanciata in un passaggio dodecafonico”… poi riprese. Franco è il più grande artista italiano dei tempi moderni.       

Pochi anni fa hai pubblicato OZ Journal, una nuova rivista, esplorazioni del cosmo e della musica. Esperienza coraggiosa, ma possono oggi ancora esistere riviste cartacee?

Dovrebbero. Una rivista cartacea però deve essere fatta per trattare i temi di oggi, non come operazioni nostalgiche del passato e/o per fare contenti gli investitori. La gente poi decide se funziona o no, ma devi avere dietro qualcuno con la forza economica o il coraggio di uscire almeno con un paio o tre numeri. Poi magari chiudi. Ma ci hai provato. 

Una domanda che non ti ho fatto e di cui volevi parlare.

Vorrei andare a braccio come ho sempre fatto. Vorrei poter trasmettere a giovani persone che hanno un fuoco dentro, la passione dello scrivere, ascoltando di tutto e non fermandosi alle apparenze delle cose della vita, per poterlo comunicare correttamente. Per farlo, innanzitutto bisogna dimenticarsi del fatto che esiste un uomo invisibile lassù fra le nuvole che ti guarda e ti punisce se non fai come è scritto sulle tavole della legge, che non esiste una realtà in cui tutto è assodato ed è stato spiegato dalla scienza, perché non è vero. E che invece è esistito uno frate coraggioso finito sul rogo nel 1600 a Campo de’ Fiori.  

Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati & Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. È promotore con Pino Massara e Alfredo Tisocco della prima ristampa in cd di tutti gli album di Battiato usciti negli anni Settanta. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa a L'Enciclopedia del Rock Italiano - Arcana e Dizionario Pop Rock - Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018), Che musica a Milano (Editrice Zona, 2014 - nuova edizione Editrice Zona, 2023), Cose dell'altro suono (Arcana, 2020) , Battiato - Incontri (O.H., 2022), Gianni Sassi la Cramps & altri racconti (Arcana, 2023), Franco Battiato - All'essenza (Mondadori, 2025)

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