Francesco Baccini non ha perso un briciolo della verve polemica e dell’ironia graffiante che, trentaquattro anni fa, lo portarono a vendere 700.000 copie con Nomi e Cognomi. Il cantautore genovese oggi ritorna sulle scene con il nuovo singolo Carlo Pernat, brano che anticipa l’atteso album Nomi e Cognomi 2. Tra aneddoti storici, riflessioni culturali e ritratti senza filtri, Baccini si racconta a ruota libera in questa intervista.
Francesco, nel tuo nuovo singolo canti: “Siamo figli del borsello e Canzonissima / pollo arrosto, Martellini e la Carrà”. Più che celebrare il celebre manager del Motomondiale, sembra la fotografia ravvicinata di un’Italia che non c’è più…
È un brano dove racconto una o due generazioni: quelle cresciute nel dopoguerra e negli anni Sessanta e Settanta. Io certe cose le ho vissute da bambino, ma avevamo un immaginario comune: c’era la Seicento, la televisione con un canale solo e Nando Martellini che era la vera voce del calcio. Oggi se accendi la TV trovi cinquanta telecronisti che urlano, fanno un tifo spudorato per la squadra più forte per accaparrarsi gli abbonati e io, nove volte su dieci, tolgo l’audio per non incazzarmi! Salvo solo Stramaccioni, lui sa davvero spiegare il calcio con dialettica e competenza.
Ecco, Pernat è il simbolo di quell’altra epoca. È un personaggio atipico, un vero spirito libero nel bene e nel male, uno degli ultimi highlanders. Parla con il capo dell’azienda e con l’ultimo operaio allo stesso identico modo, senza formalizzarsi mai. Da cinque anni commentiamo insieme le partite del Genoa su YouTube (“Nell’occhio del grifone”) e quando il Genoa perde dobbiamo letteralmente mutarlo, altrimenti ci fanno chiudere il canale per le cose non politicamente corrette che dice! [ride]
Chi è Carlo Pernat per te, al di là del personaggio pubblico?
È un amico vero, uno su cui puoi contare. Quando parla di moto è il più grande esperto in Italia, un guru assoluto che ha scoperto Valentino Rossi, Max Biaggi, Simoncelli e Bastianini. Se lo vedi fare il manager è un mostro di competenza; poi però lo incontri allo stadio con i guanti bucati, non gli daresti cento lire e pensi: “ma questo chi è, e cosa fa nella vita?”. Non ha filtri, dice le cose in faccia. In questo siamo uguali.
In Italia devi sempre fare il figo, quello che la fa cadere dall’ultimo piano. Io in questo non sono italiano: se devo dirti una roba te la dico subito, non faccio il giro. Questo modo di fare diretto l’ho sempre avuto, anche se spesso l’ho pagato caro.
Hai citato la parola “competenza” parlando di Pernat e Stramaccioni. Oggi, a livello culturale e sociale, sembra una qualità che non va più di moda…
Io la mia asticella culturale l’ho vista salire quando ero piccolo; poi, a un certo punto, ha fatto un’inversione a U. C’è stato proprio un progetto a tavolino, partito con le televisioni di Berlusconi negli anni ’80, per abbassare il livello culturale di questo Paese.
L’Italia era considerata un Paese di rompicoglioni critici, e con l’edonismo reaganiano arrivato dall’America si è imposto il disimpegno totale.
Negli anni ’70 dovevi leggere una valanga di libri anche solo per stare al passo con gli altri, c’erano figure autorevoli in TV come Ungaretti che spiegava l’Odissea o Gassman che leggeva Dante. Mia mamma, che aveva la seconda media, il venerdì sera guardava la prosa in prima serata e conosceva Dostoevskij.
Oggi la TV deve solo essere rassicurante, non deve porre domande. E infatti la competenza è sparita.
Questo crollo della competenza e della complessità si riflette inevitabilmente anche sulla politica e sui personaggi pubblici che racconti nelle tue canzoni. Trentaquattro anni fa usciva Nomi e cognomi (1992), un successo clamoroso da 700.000 copie. Oggi ritorni con il secondo capitolo. Com’è cambiato il tuo sguardo?
Mamma mia, quel disco è stato il mio più grande successo commerciale ma dopo l’ho pagato duramente con anni di boicottaggi in Rai e tensioni con le radio. C’era un clima di censura allucinante.
Il pubblico era abituato a me che facevo Le donne di Modena, e all’improvviso me ne esco con canzoni intitolate Renato Curcio, Giulio Andreotti o un pezzo durissimo contro i cantautori “impegnati” e intoccabili.
Ricordo che Francesco De Gregori mi chiamò furioso: “come ti permetti?”. E io: “scusa, devo chiedere il permesso a qualcuno per scrivere?”.
Poi con Antonello Venditti, anche lui tirato in ballo, facemmo pace a Italia Radio, l’organo del PD a Roma. Siccome sono un ex portuale, non mi faccio certo intimidire. Quando vide che non mi facevo problemi a confrontarmi mi disse: “ma no, dai, ora mi vado ad ascoltare bene il tuo disco”.
Giulio Andreotti invece si rivelò molto più intelligente dei suoi yes-men locali che cercavano di bloccarmi in radio per farsi belli davanti a lui. Mi scrisse persino una lettera ufficiale con l’inchiostro verde: “Caro Baccini, le faccio i complimenti perché ha scritto su di me quello che io stesso avrei scritto su di me”. Era un politico paraculo e ironico, ci ha costruito una carriera sull’autoironia.
Oggi ritorni con Nomi e cognomi 2, ma lo scenario politico è completamente frammentato. Come si fa a fare canzoni sui leader attuali?
Il mondo è completamente ribaltato. Nel ’92 mettevo alla berlina dei veri e propri macigni del potere e del costume: Andreotti, Maradona, Celentano. Oggi la politica si è talmente svilita che i leader attuali non meritano nemmeno una canzone dedicata: dargli un nome e un cognome significherebbe riconoscergli uno status, una legittimazione culturale che non hanno.
Tra Andreotti e i politici di oggi c’è la stessa differenza che passa tra Vittorio Gassman e un attore che fa una comparsata in una fiction dicendo due parole.
Allora ho deciso di fare una cosa più furba: per non scendere al loro livello e non mettermi a litigare nei talk-show come uno Sgarbi qualunque, ho preso tutta la politica odierna, l’ho messa in un frullatore ed è venuta fuori una pappetta rosa che ho chiamato Onorevole Gino Piripozzi.
È il prototipo del politico populista moderno. Mi piacerebbe lanciare sui social il Premio Piripozzi ogni anno: un referendum dove la gente vota il personaggio più cialtrone dell’anno.
Nel disco, però, trovi spazio anche per una grande delicatezza, come nel brano per Matilde Lorenzi o nel ricordo di Franco Califano. Come convivono queste anime?
Sì, la linea di questo album è opposta al primo: voglio dare un pezzettino di immortalità a persone che vale la pena ricordare, perché le canzoni restano oltre noi.
La tragedia di Matilde Lorenzi, una ragazza di 19 anni, campionessa di Super G con tutto il futuro davanti, che perde la vita allenandosi su un tratto di pista in pianura, mi ha colpito tantissimo. È una tragedia greca. Il brano è inserito in un film su Kristian Ghedina ed è per questo che è uscito come primissimo estratto.
Poi c’è Franco Califano. Lo conobbi grazie a De André. All’inizio pensavo fosse un tipo scostante e antipatico, invece era una delle persone più belle, generose e colte che abbia mai incontrato. Un vero signore.
Giocava a fare il personaggio del maledetto e del “trombatore seriale” – ed era tutto vero, conosceva cinquantamila donne – ma nessuna ne parlava male perché era di una verità assoluta.
Califano era un poeta vero, e poeti ci si nasce, non c’è una scuola.
Hai accennato a Fabrizio De André, con cui è nata un’amicizia profonda e notturna. Com’è stato il vostro primissimo incontro?
È una storia incredibile. Fabrizio mi vide in alcune apparizioni televisive notturne, roba che a quell’ora ci stavano guardando sì e no quattro fornai e cinque guardie giurate.
Poi, quando andai a Milano al locale Magia per presentare il mio primo disco davanti a venti giornalisti, ero agitatissimo. Durante lo showcase, in fondo alla sala, mi sembra di scorgere proprio lui. Pensai: “ho le visioni per l’agitazione”. E invece a fine concerto si avvicina davvero, e da lì è nata un’amicizia vera.
Passavamo le nottate insieme e lui spesso mi chiamava Luigi, tanto che dovevo dirgli “sono Francesco!”, e lui mi rispondeva “belin, sei uguale!” per via della somiglianza fisica.
Fabrizio mi stuzzicava sempre, mi chiedeva: “ma tu come fai a scrivere le canzoni da solo?”. Lui, che ha scritto poche canzoni interamente da solo, ma quasi sempre su collaborazioni o traduzioni, ci pativa un po’ su questa cosa.
Da quell’amicizia è nata anche una collaborazione storica nel tuo secondo album: Genova Blues, in cui sei riuscito a far cantare a De André un genere per lui inedito…
Esatto. Quella canzone nasce in modo molto pianistico, un po’ alla Tom Waits, un artista che in quel periodo ascoltavo tantissimo e da cui era partita l’idea musicale. Però mi dicevo: “non posso fargli cantare un blues pianistico molto free come questo”.
Mi divertiva l’idea di far cantare a Fabrizio un genere che non aveva mai toccato prima, e se ascolti il brano si sente che il blues non è proprio il suo, ma l’effetto finale è meraviglioso proprio per quello. E poi, se vuoi vincere facile con Fabrizio, basta che metti in mezzo il Genoa e lo convinci subito! Infatti volle cantare lui la frase “Genoa, you are red and blue”.
Questo legame con Fabrizio ha finito per riaprire un filo diretto proprio con Luigi Tenco, una figura che sembra quasi inseguirti da sempre…
Nelle nostre nottate Fabrizio mi raccontò una valanga di cose su Luigi. Diceva che era il più figo di tutti, una sorta di attore di Hollywood alle feste che aveva sempre la fila e che tutti gli altri odiavano per questo. Giocava a fare lo scazzato perché andava di moda fare l’esistenzialista, ma in realtà era uno che raccontava balle e faceva scherzi, l’esatto contrario del personaggio cupo che hanno disegnato dopo.
A Genova, del resto, fin da ragazzo mi chiamavano letteralmente “Luigi”. C’è un’analogia strana: lui muore a 29 anni e io a 29 anni pubblico il mio primo disco, un intreccio che nel 2010 mi ha portato a fare il progetto Baccini canta Tenco. Quando canto i suoi pezzi ironici sembrano scritti da me, e il mio lato più intimista, come Ho voglia di innamorarmi, arriva dritto da lì.
C’è questo gioco di specchi continuo, segnato anche da un episodio assurdo che mi capitò a vent’anni in un ascensore a Genova. Un tipo con gli occhi azzurri mi fissò per tutti e sette i piani. Io pensavo: “ma questo che cazzo vuole?”. Arrivati in fondo mi guardò e disse: “sei un fantasma. Sei impressionante, sei uguale a mio fratello”. Era il fratello di Tenco.
Un cortocircuito emotivo pazzesco, considerando poi che erano figli di due padri diversi e che tra loro non si somigliavano per niente.
Tra i musicisti straordinari con cui hai incrociato la strada all’inizio c’è Andrea Braido, che proprio partendo dai tuoi primi lavori a Modena è stato poi notato dall’ambiente di Vasco Rossi. Come è nato quel sodalizio?
Andrea suonava sia la chitarra che il basso. I primi dischi li abbiamo fatti io, lui e Lele Melotti alla batteria. Insieme abbiamo creato un sound che era solo mio, completamente al di fuori di tutto quello che c’era in giro in quel periodo, e i suoi soli sui miei dischi non suonano come quelli sui dischi degli altri.
Braido è un anarchico, non un melodico, e spesso si perdeva in soli che non c’entravano niente con la melodia principale, ma io lo lasciavo andare. Con quel sound e il mio timbro vocale riconoscibile creammo un mondo unico. Pensa che la mia casa discografica si aspettava di vendere sì e no mille copie, e invece il primo disco ne fece 100.000 praticamente senza fare promozione.
A Vasco arriva una voce, “a Modena c’è questo musicista mostruoso che suona con Baccini”, e allora lui se lo prende e da lì se lo porta a fare Fronte del palco.
Prima di trovare la tua strada definitiva nella musica, hai frequentato da vicino il mondo del cabaret ligure, vincendo persino un premio in un festival storico. Quanto ha influenzato questo percorso il tuo modo di stare sul palco e di interpretare i brani?
Moltissimo, io nasco proprio lì. A Genova c’era un locale dove con un gruppo di amici andavamo ogni sera sul palchetto a fare i cretini e a inventare robe deliranti. C’erano Maurizio Crozza, Carla Signoris, Marcello Cesena, Olcese e Margiotta.
Da lì feci questa esperienza in trio con un duo che si chiamavano Rufus e Paride: andammo a questo festival, il Campanella, e vincemmo il premio per l’originalità. Quell’anno in gara c’erano Lella Costa, Paolantoni con Sarcinelli, il Mago Raul, e come ospiti c’erano Aldo e Giovanni che erano ancora un duo: lì conobbero altri due concorrenti, Hansel e Strudel (che erano Giacomo e sua moglie), fecero amicizia e nacquero Aldo, Giovanni e Giacomo.
Dopo quel festival tutte le televisioni ci volevano, ma io impuntai i piedi: “voglio fare il cantautore, non il comico”. Andammo quasi in causa, e allora Rufus e Paride da lì fondarono i Cavalli marci, da cui poi sono usciti Luca e Paolo.
Genova del resto è una città di cantautori ma anche di comici: Villaggio, Grillo, Gilberto Govi. E far ridere i genovesi è una sfida, perché non sono predisposti, ti guardano come a dire: “Dai, fammi ridere!”.
Tutta questa gavetta ha plasmato la mia urgenza di esprimermi. A me piace quel modo di cantare tra il recitato e il cantato, lo trovo molto più espressivo: io interpreto le mie canzoni, non canto solamente per fare la nota o per fare il cantante che dice “senti come canto bene”.
A volte saper cantare troppo bene è un limite per l’interpretazione, finisci per banalizzare quello che dici perché pensi solo all’intonazione e non a quello che stai raccontando.
Io sono molto teatrale, molto cinematografico: per me una canzone sono tre minuti di sceneggiatura, devo farti entrare in un piccolo film.
E in quella palestra del cabaret genovese è nata anche una delle tue canzoni più celebri e ironiche, Margherita Baldacci…
Esatto, è nata proprio su quel palchetto. In realtà era ispirata a un mio amico giovane regista del Teatro Stabile che purtroppo è morto l’anno scorso, Sandro Baldacci. Stava con una che gli faceva delle corna allucinanti e lui non diceva nulla. Così io ho trasformato Sandro Baldacci in Margherita Baldacci, ribaltando la situazione.
Erano gli anni in cui andava di moda Marco Masini, con i ragazzini di quattordici anni che piangevano dalla mattina alla sera con le sue canzoni. Allora mi dissi: “adesso voglio fare anche io una canzone triste”.
E Margherita Baldacci nacque come risposta ironica a quel mondo lì, una parodia drammatica con immagini surreali come “un bisonte insaponato sui binari di un metrò”!»
A proposito di rompere gli schemi: nel nuovo album hai deciso di misurarti persino con le sonorità della trap. Un bel corto circuito per chi viene dalla scuola genovese.
Ho voluto fare un esperimento folle. Ho registrato un brano dalle sonorità trap insieme a un trapper vero, usando l’autotune, ed è stato un inferno tecnico meraviglioso!
I trapper solitamente usano una o due note per pezzo, quindi l’effetto dell’autotune scorre lineare e piatto. Io però sono un cantautore vecchio stampo, ho scritto una melodia complessa con 46 note diverse: quando abbiamo attivato il software, l’autotune è letteralmente impazzito! Sbarellava ovunque, non capiva dove andare.
Ci abbiamo messo due giorni interi di studio solo per tarare la macchina sulle mie note. È stato un vero e proprio corto circuito generazionale, ma mi sono divertito come un matto. Finché c’è la libertà di sperimentare, giocare con la musica e dire ciò che si pensa senza censure, io vado avanti dritto per la mia strada.






































