Venna a Bari in Jazz. Nel segno della qualità

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Venna
foto di Angelo Oliva

La seconda serata del Festival Metropolitano Bari in Jazz 2026, dopo l’anteprima con Casadilego a Molfetta, conferma immediatamente una delle promesse con cui era stato presentato il cartellone: quella di portare in Puglia artisti di assoluto livello internazionale. E il concerto di Venna al Granaio – Spazio Arte di Figazzano, a Locorotondo, è stato la dimostrazione concreta di questa ambizione.

Sabato 11 luglio, prima ancora dell’arrivo di Venna, è l’opening affidato a J.Raise Jr a raccontare bene la filosofia di un festival che continua a scommettere sul valore artistico prima ancora che sui nomi da classifica.

A vederlo salire sul palco, con un look semplice e spontaneo, sembra quasi uno studente appena uscito dall’esame di maturità. Poi bastano pochi minuti per capire che dietro quell’apparente timidezza si nasconde un musicista con un percorso già internazionale.

foto di Angelo Oliva

J. Raise Jr, al secolo Gianni Lepore, è originario di queste parti, ma oggi vive a Milano dopo esperienze formative tra Canada e Paesi Bassi. Producer e beatmaker tra i più interessanti della nuova scena hip hop e nu-jazz, è diventato il primo progetto italiano di beat strumentali a entrare nel roster della Island Records, storica etichetta degli U2.

Il live alterna beat culture, neo soul, jazz contemporaneo e hip hop attraverso una band molto affiatata: il conterraneo  Andrea De Santis alla batteria, da Parigi Sara Sasu alle tastiere e il polistrumentista londinese Alijaa, presenza fondamentale nella costruzione del suono. Un set elegante e convincente che prepara nel modo migliore all’arrivo dell’headliner.

Quando alle 22.35 sale sul palco Malik Venner, in arte Venna, si percepisce subito di essere davanti a uno dei musicisti più interessanti della nuova scena londinese.

foto di Angelo Oliva

Vincitore di un Grammy Award, collaboratore di Burna Boy, Beyoncé, Wizkid, Kali Uchis e protagonista di uno dei dischi più raffinati dell’ultimo anno, MALIK, Venna porta in Puglia un concerto che supera continuamente i confini tra jazz, R&B, soul e hip hop.

L’introduzione affidata a Mount Shasta lascia subito intuire il carattere della serata: un jazz contemporaneo che non rinuncia al groove né alla costruzione melodica.

Con Numero Uno emerge immediatamente una delle caratteristiche più affascinanti del quartetto. Gli accordi della chitarra di Jacob McGibbon, ricchi di effetti e colori, riescono spesso a sostituire il ruolo armonico delle tastiere senza farne sentire la mancanza.

Venna resta naturalmente il punto di riferimento del gruppo, ma il concerto vive soprattutto dell’equilibrio tra i musicisti. Jacob McGibbon costruisce assoli raffinati e mai ridondanti, Leslie Essel garantisce un basso caldo e profondo, mentre Dominique Gervais sostiene il quartetto con una batteria energica e moderna, vicina per concezione ritmica a quella di Kassa Overall, Femi Koleoso degli Ezra Collective o Makaya McCraven, pur scegliendo un ruolo meno esposto e sempre funzionale al dialogo con il basso.

foto di Angelo Oliva
foto di Angelo Oliva

Dopo Casa Lopez, arriva Twisting, impreziosita ancora una volta dalle costruzioni chitarristiche di McGibbon.

Con Zazu è invece la batteria ad aprire il pezzo con un’introduzione che mette subito in evidenza precisione, dinamica e controllo.

Tra un brano e l’altro Venna dialoga con il pubblico con estrema semplicità. Ricorda le precedenti tappe italiane di Pisa e Gaeta e afferma, sorridendo, che Locorotondo si presenta come la migliore. La classica frase che ogni artista dice durante un tour, ma che il pubblico accoglie con evidente simpatia.

June’s Cry è forse il momento più lirico del concerto. Poche note, il tema è essenziale, la vera arte sta nella costruzione armonica. La chitarra costruisce un tappeto sonoro raffinato mentre il sassofono preferisce raccontare piuttosto che impressionare.

Non sono, in genere, un grande estimatore del sax trattato con gli effetti, ma qui la misura è perfetta: il suono si arricchisce senza perdere personalità.

foto di Angelo Oliva

Nel finale arriva Sicily’s Box, probabilmente il momento più intenso dell’intera serata. Durante l’assolo di Jacob McGibbon affiora, quasi come un omaggio appena accennato, una citazione di Parla più piano, il celebre tema composto da Nino Rota per Il Padrino. Una scelta discreta che strappa un sorriso ai più attenti senza interrompere il flusso musicale del brano.

Il bis con New Jazz Thing chiude un concerto che riesce in un’impresa non scontata: mantenere alta la tensione narrativa pur rinunciando alla figura del vocalist. Non se ne avverte mai la mancanza. Sono gli strumenti a parlare, raccontando storie con una naturalezza rara.

foto di Angelo Oliva
foto di Angelo Oliva

Anche il luogo contribuisce in modo determinante al risultato.

Il Granaio – Spazio Arte si conferma una delle location più affascinanti dell’estate pugliese. Rispetto alla nostra precedente visita, lo spazio appare ulteriormente arricchito da installazioni che fondono con intelligenza due elementi profondamente identitari della cultura visiva pugliese: le geometrie di giganteschi centrini all’uncinetto e le spettacolari luminarie delle feste patronali. Un dialogo tra arte contemporanea e tradizione che rende ancora più suggestiva un’esperienza d’ascolto già di altissimo livello.

Se questo concerto rappresenta soltanto uno dei primi capitoli del cartellone di Bari in Jazz 2026, le premesse sono decisamente incoraggianti. La qualità artistica annunciata alla presentazione del festival ha trovato una prima, convincente conferma sul palco dei Trulli di Figazzano, lasciando la sensazione che le sorprese più belle debbano ancora arrivare.

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