C’è un momento, nelle sere d’estate, in cui alcuni luoghi sembrano aspettare soltanto la musica giusta. Domenica 12 luglio, nella corte del Castello Svevo di Bari, è accaduto esattamente questo.
Alle 21.10, davanti a un pubblico raccolto e partecipe, sono bastate le prime note dell’arpa di Brandee Younger perché il silenzio prendesse possesso dello spazio. Le antiche mura normanne hanno restituito ogni sfumatura di uno strumento che raramente occupa il centro della scena nel jazz contemporaneo e che, nelle mani dell’artista americana, sembra invece raccontare una storia completamente nuova.

Accompagnata da Rashaan Carter al contrabbasso e Allan Mednard alla batteria, Younger apre il concerto con Unrest, Movements I & II, due movimenti nati durante gli anni della pandemia e delle proteste del movimento Black Lives Matter. La tensione iniziale lascia progressivamente spazio a una forma di liberazione collettiva, senza mai perdere quella delicatezza che caratterizzerà l’intera serata.


Il brano successivo nasce da un lungo assolo introduttivo di Allan Mednard. Sfiora appena ride e crash, quasi accarezzandoli, poi costruisce lentamente un crescendo fatto di rullante, tom e continue variazioni ritmiche, fino a riportare tutto al silenzio iniziale. Solo allora entrano il contrabbasso e l’arpa, come se la musica avesse semplicemente atteso il momento giusto per manifestarsi.
Sono suggestioni personali, naturalmente, ma osservando il trio viene spontaneo immaginare Rashaan Carter e Allan Mednard come due musicisti dalla saggezza antica, di quelli che sembrano aver visto e ascoltato ogni cosa, mentre Brandee Younger appare quasi una figura luminosa, una presenza capace di indicare una direzione. Forse è anche merito dell’arpa, da sempre considerata nell’immaginario occidentale lo strumento degli angeli, ma per tutta la durata del concerto questa impressione non abbandona mai chi ascolta.
Quando presenta Turiya and Ramakrishna, Younger racconta con emozione quanto sia speciale poter eseguire quella composizione di Alice Coltrane, la sua principale fonte d’ispirazione. Il brano, pubblicato nel 1970, racchiude già nel titolo l’incontro tra spiritualità e musica: Turiya era il nome spirituale assunto dalla stessa Alice Coltrane, simbolo di uno stato superiore di coscienza, mentre Ramakrishna fu uno dei grandi maestri spirituali dell’India ottocentesca.

Dopo l’esecuzione di BBL, il clima cambia con Unswept Corners, definito dalla stessa musicista un vero e proprio R&B jam capace di evocare “sexy vibes”. Il trio mostra così un’altra faccia del proprio repertorio, senza perdere quella naturale eleganza che accompagna ogni passaggio della serata.
Ci si avvicina al finale con Gadabout Season, il brano che dà il titolo all’ultimo album. Younger racconta come quella parola, gadabout, ricorreva spesso durante i tour condivisi con Carter e Mednard per indicare chi continua a cercare gioia e curiosità anche nei periodi più difficili. È diventata così il simbolo di un disco che parla di viaggio, resilienza e della capacità di trovare luce anche nelle stagioni più complicate della vita.
Gli applausi convincono il trio a tornare sul palco per un unico bis: I Want You di Marvin Gaye. Per l’occasione Rashaan Carter passa al basso elettrico, regalando un finale più caldo e soul che chiude perfettamente il percorso musicale della serata.

Il Castello Svevo ha ospitato un concerto di rara eleganza. Non capita spesso di assistere a un’esibizione in cui uno strumento così poco frequente come l’arpa riesca a catturare completamente l’attenzione del pubblico. Brandee Younger ci riesce senza effetti speciali, senza virtuosismi esibiti, lasciando parlare la musica.
Anche Bari in Jazz continua così a mantenere la promessa fatta all’inizio di questa ventitreesima edizione: proporre artisti che non seguono le mode ma aprono nuovi orizzonti d’ascolto. E per i fortunati spettatori raccolti nella corte del Castello Svevo resterà il ricordo di una serata straordinaria.








































