
Ho lasciato il libro di Stefano Pecoraio sul comodino per quasi una settimana prima di aprirlo, e solo adesso, scrivendone, capisco perché: temevo che mi avrebbe detto qualcosa che già sapevo e che avevo evitato di formulare. È lo stesso genere di rimando che Geoff Dyer racconta a proposito di Out of Sheer Rage — un libro nato dal non riuscire a scrivere un altro libro, su D.H. Lawrence, in cui la procrastinazione diventa lentamente l’unico argomento davvero onesto. Con Pecoraio la procrastinazione era più semplice: sapevo che il “seguito” di un libro pieno di entusiasmo raramente è un libro pieno di entusiasmo. I seguiti, in genere, sono dove va a vivere la disillusione quando ha finito di fare le valigie.
E infatti. Se il primo Welcome to Asbury Park era scritto con lo sguardo di chi crede ancora che i luoghi possano essere salvati dalla memoria che vi si deposita sopra — un boardwalk che regge perché qualcuno ci ha suonato una Telecaster sopra, quarant’anni fa, e quel suono in qualche modo è rimasto incollato alle assi di legno — questo secondo capitolo è il libro di chi è tornato e ha trovato il parcheggio dove c’era il locale. Non è un libro arrabbiato. È peggio: è un libro che ha smesso di aspettarsi qualcosa, il che, se ci pensate, è l’unico vero stadio finale della delusione. La rabbia almeno presuppone che ti importi ancora abbastanza da urlare.
C’è una cosa che Pecoraio fa e che io, da provinciale cronico, trovo irresistibile: trasforma Asbury Park in un problema urbanistico prima ancora che mitologico. Saracinesche abbassate, palazzi che cambiano destinazione d’uso, l’eterna domanda se un luogo possa restare “vero” quando l’unica cosa rimasta vera è il ricordo che ce ne fai tu. Ed è qui che il libro smette di parlare del New Jersey e comincia, senza dirlo, a parlare di qualunque posto tu abbia amato a diciassette anni. Io penso a Formigine, che ovviamente non è Asbury Park, così come Salvaterra non è Colts Neck — ma da adolescenti tutti abbiamo bisogno di un fondale abbastanza grande da contenere l’esagerazione dei nostri sentimenti, e quel fondale, per un certo tipo di ragazzo con un basso o una chitarra in mano, veniva sempre spedito via cargo dal New Jersey.
Il vero nervo scoperto del libro, però, non è la città. È Bruce. Pecoraio non lo dice mai apertamente — ed è un merito, perché l’accusa esplicita è sempre meno interessante del disagio taciuto — ma tutto il libro cammina intorno a una domanda che chiunque abbia amato un artista per trent’anni prima o poi si fa: cosa succede quando l’industria dei grandi stadi, dei prezzi improponibili, dei dischi che vanno a ripescare il passato invece di rischiare il futuro, si mette tra te e la persona che pensavi di conoscere? Non è tradimento. È qualcosa di più lento e più triste: distanza. E la distanza, a differenza del tradimento, non fa nemmeno una bella scena. Semplicemente, un giorno ti accorgi che il concerto costa quanto un weekend a Londra e che questo, in un modo che non sai spiegare del tutto, ha a che fare con la musica anche se non dovrebbe.
E poi, naturalmente, il libro fa quello che fanno tutti i libri onesti su un innamoramento che si è complicato: nel momento in cui hai deciso che l’ironia è l’unico atteggiamento sostenibile, ti frega. L’estate 2025, il concerto vissuto di persona, e improvvisamente — dice Pecoraio, e io gli credo perché è successo anche a me più volte di quante vorrei ammettere — sei di nuovo il ragazzino della prima volta. Non perché tutto sia tornato come prima. Ma perché evidentemente non serve che tutto torni come prima: basta una manciata di secondi in cui il corpo riconosce qualcosa prima che la testa faccia in tempo a essere cinica.
Alla fine Welcome (back) to Asbury Park non è né una condanna né una resa, come scrive giustamente chi lo presenta. È un libro che accetta di restare in sospeso, il che è la cosa più difficile da accettare per chi scrive di musica: che l’oggetto della tua fedeltà cambi sotto i tuoi occhi e che tu debba, ogni volta, decidere di nuovo se seguirlo. Non è nostalgia, quella di Pecoraio. È qualcosa di più simile alla manutenzione — il lavoro paziente e un po’ ridicolo di tenere in piedi un affetto che il tempo continua, metodicamente, a disfare.
Bruce Springsteen – Welcome (back) to Asbury Park: What’s Left of the Glory Days Stefano Pecoraio — ST Publishing ISBN 978-88-947781-0-6 — 296 pagine — 25 luglio 2026




































