Emma-Jean Thackray a Bari in Jazz. Una lettera d’amore a Miles Davis

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Emma-Jean Thackray
foto di Angelo Oliva

Dopo il groove contemporaneo di Venna e dopo aver trasformato il Castello Svevo in un luogo sospeso grazie all’arpa di Brandee Younger, Bari in Jazz continua il proprio percorso scegliendo ancora una volta la strada meno prevedibile. Al Granaio – Spazio Arte di Figazzano arriva Emma-Jean Thackray, unica data italiana del suo Dear Miles – A Love Letter, un concerto che non vuole imitare Miles Davis, ma dialogare con lui.

Prima dell’attesissima musicista britannica è il Collettivo Immaginario ad aprire la serata. Quando raggiungiamo il Granaio il trio è già sul palco, ma bastano pochi minuti per capire la qualità della proposta. Tommaso Cappellato, Nicolò Masetto e Alberto Lincetto costruiscono un suono caldo e avvolgente, dove jazz-funk, Rhodes, sintetizzatori vintage ed elettronica anni Settanta convivono con naturalezza. Il riferimento agli storici Azymuth emerge spontaneo, così come il gusto per certe colonne sonore italiane di Piero Piccioni e Piero Umiliani. È musica elegante, suonata da tre musicisti esperti che fanno dell’interplay la propria cifra stilistica, preparando perfettamente il terreno all’headliner.

Emma-Jean Thackray
foto di Angelo Oliva

Alle 22.15 sale sul palco Emma-Jean Thackray. Trombettista, cantante, compositrice e polistrumentista tra le figure più originali del jazz britannico, affronta un’impresa delicata: rendere omaggio a uno degli artisti più influenti del Novecento senza cadere nella semplice celebrazione.

Fin dai primi minuti si comprende che il concerto seguirà una strada diversa.

Miles Davis non è soltanto il repertorio. È una presenza che attraversa tutta la serata.

Campionamenti tratti dalle registrazioni originali introducono diversi brani, come se la sua voce roca e inconfondibile, quella che gli valse il soprannome di Prince of Darkness, continuasse ancora oggi a guidare il racconto.

Emma racconta con semplicità di aver scoperto Miles quasi per caso a tredici anni, mentre studiava il Concierto de Aranjuez, la rilettura iconica della partitura che vide Miles Davis collaborare con il genio di Gil Evans. Da allora iniziò ad addormentarsi ascoltando le sue incisioni con il walkman, imparando poco alla volta un modo diverso di concepire la musica.

Non stupisce allora che Dear Miles assuma la forma di una conversazione più che di un tributo.

Emma-Jean Thackray
foto di Giovanni Guadalupi

Da Seven Steps a Boplicity , da Nefertiti  a Blue in Green, ogni classico viene riletto senza alcun intento filologico. Le melodie rimangono riconoscibili ma vengono attraversate da elettronica, improvvisazione, nuove architetture ritmiche e sonorità contemporanee. Non si tratta di riprodurre Miles Davis sarebbe un’operazione impossibile o una profanazione, invece  ma di chiedersi quale musica avrebbe probabilmente immaginato oggi.

Tra i momenti più intensi spicca Maiysha, introdotta dalla stessa Emma ricordando quanto quel brano continui a ispirare musicisti di generazioni diverse, fino alla rilettura firmata da Erykah BaduRobert Glasper, che ricordiamo curatore della soudtrack di Miles Ahead, il biopic dedicato a Miles Davis. Dopo qualche inconveniente tecnico che l’artista supera con molto fairplay il concerto continua; 

In Directions la presenza di Miles diventa quasi fisica. La sua voce campionata emerge dal sistema audio mentre il gruppo costruisce un paesaggio sonoro sospeso, notturno, attraversato da elettronica e improvvisazione. Per un momento viene da pensare ai monologhi fuori campo del detective Marlowe dei romanzi noir di Raymond Chandler: frasi pronunciate nella notte mentre si cerca di dare un senso ai comportamenti umani. È forse il passaggio più cinematografico dell’intera serata.

Con So What la tromba torna al centro della scena. L’interpretazione si prende libertà rispetto all’originale, dilata alcune pause, modifica gli equilibri, ma conserva intatto lo spirito del brano. Serve coraggio per confrontarsi con un monumento del jazz, e Thackray lo affronta con la naturalezza di chi non cerca il paragone ma il dialogo.

Emma annucia l’esecuzione del bis senza lasciare il palco, «Guardate la mia maglietta», dice sorridendo indicando la scritta Jungle, «c’è una ragione se la indosso»

Emma-Jean Thackray
foto di Giovanni Guadalupi

Pochi secondi dopo parte Tutu, trasformato in una rilettura attraversata da ritmiche jungle ed elettroniche. È probabilmente il momento che sintetizza meglio l’intero progetto: rispettare Miles Davis significa continuare a sperimentare, non cercare di emularlo.

Anche questa terza tappa di Bari in Jazz conferma la qualità artistica di un festival che continua a sorprendere senza rincorrere i nomi più scontati. Dopo Venna e Brandee Younger, Emma-Jean Thackray aggiunge un altro tassello a un’edizione che sta dimostrando come il jazz contemporaneo possa ancora essere un linguaggio vivo, curioso e capace di guardare avanti.

Per una sera, al Granaio di Figazzano, il dialogo con Miles Davis è sembrato reale. Non attraverso la nostalgia, ma grazie a una musica che continua a trasformarsi senza tradire la propria essenza.

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