Enzo Gragnaniello con Tiempo ’e veleno firma un’opera che non è semplicemente un nuovo disco, ma un’antologia orchestrale della sua storia artistica. È un lavoro di maturità, di consapevolezza, di rilettura, che avevamo già ascoltato durante tre anni di spettacoli molto apprezzati da pubblico e critica e che oggi ripropone su cd 11 brani del ricco repertorio (i suoi album sono ormai una ventina) del cantautore napoletano.

Gragnaniello non si limita a riproporre i brani, li riattraversa, li riabita, li rilegge con la saggezza di chi conosce il peso del tempo. Così canzoni come le celebri Donna, Cu’mme (proposta da Mia Martini e Roberto Murolo nel 1992), Vasame (spesso ripresa da altri interpreti), O’ mare e tu, Senza voce e altre meno famose, ricostruite attraverso un impianto sinfonico, vedono amplificata la forza emotiva senza che ne sia tradita l’essenza.

Personaggio ancorato a tradizione napoletana e blues mediterraneo, spiritualità laica e una visione del mondo che non cerca consolazioni. Gragnaniello ha anche scritto brani per Andrea Bocelli, Ornella Vanoni, Adriano Celentano e vari altri, e vinto ben quattro Targhe Tenco per la qualità dei suoi lavori, che hanno mantenuto un livello espressivo sempre alto, con canzoni sanguigne o sentimentali, istintive o sociali, storie di vicoli e di vita vissuta, proposte il più delle volte nel dialetto stretto della tradizione, ma non di rado anche in italiano.

La sua voce è elemento che colpisce dal timbro ruvido, cavernoso, che sembra portare addosso la memoria di una città intera e, in questa versione orchestrale, acquista una dimensione quasi rituale. Ogni parola è un oggetto pesante, un frammento di vita che non può essere alleggerito. Il grande ensemble – con arrangiamenti intelligenti e misurati che lavorano sulla dinamica, la profondità e la tessitura timbrica – offre alle canzoni, nate spesso da strutture scarne, una nuova veste, con archi che disegnano paesaggi emotivi, fiati che aggiungono malinconia, percussioni orchestrali che ampliano la pulsazione mediterranea.

Tiempo ’e veleno è un’opera che conferma Gragnaniello come una delle voci più autentiche della musica italiana contemporanea. È come se avesse deciso di guardare la sua storia da un’altra angolazione, più ampia, più profonda, più consapevole. E dimostra ancora di non cercare mai scorciatoie e di continuare a costruire una poetica personale, radicata e universale, perché la sua musica, anche quando guarda indietro, continua a camminare.

Non hai messo nessuna canzone nuova in questo album antologico come succede di solito. Non ne avevi nel cassetto?

«Al contrario, ho quasi finito di scrivere tutti i brani che voglio cantare in un nuovo disco, che spero uscirà fra sette-otto mesi. Lo penso un lavoro molto semplice, quasi solo voce, chitarra e qualche strumento, proprio per essere diverso da tutto quello che si ascolta in radio. Una cosa semplice, che adesso è più individuabile. Senza usare la tecnologia, senza il pezzo più hip-hop o altro.

Io l’hip-hop l’amavo ai tempi di Tupac, oggi però lo sento più pacchiano con molti che puntano sul volgare. C’è qualcuno che cerca di dire delle cose pur serie, ma tutti puntano sul moderno.

foto di Aurelio Castellaneta

Napoli, per esempio, non ha bisogno di niente. È moderna, non devi aggiungere niente, è bella così. Ma solo un’artista vero, con un’anima, con un talento, riesce a capire il potere della bellezza di questa cultura, la profondità, le radici. La vera Napoli sta negli umori. Quando canti, quando parli saltano fuori, e quella è la musica napoletana. Se non hai queste cose Napoli non esce. A Hong Kong puoi mangiare la pizza, perché è rotonda e ha la salsa e la mozzarella sopra, ma non è la pizza. Senza tutta l’energia della nostra acqua non è pizza.

E così è per la musica. La musica è come i fiori, che hanno un odore, un profumo caratteristico. E la musica ha il suo profumo, che è fatto dai suoi umori. Il testo, la melodia, l’arrangiamento, tutto, sono un mezzo, ma quello che conta alla fine sono gli umori che deve creare una canzone. Qualsiasi canzone, in qualsiasi lingua. La musica è così, è una cosa seria, è sacra. Io sto bene con la musica perché la vivo con rispetto, niente di più.»

Il tuo modo di essere napoletano però non passa dal folklore, dal popolare. Non sentiamo tarantelle o ritmi simili nei tuoi brani…

«Non li sentirete mai. Io parlo allo spirito, non ho tempo da perdere per la conquista sociale, diciamo. La massa vuole lo svago, il divertimento. Per il mio modo di vivere e di pensare io scrivo le canzoni quando mi si accende un’emozione. Non scrivo per avere il successo, il mio successo è nella testa, è quello della mia fantasia, del fare cose belle. Bisognerebbe entrare in questa mentalità.»

È la canzone che ti chiede il testo oppure scrivi prima le parole?

«Dipende. Un tempo mi divertiva buttare giù prima la melodia con la voce e la chitarra. E poi mi sentivo questa bella melodia, la mettevo a posto e scrivevo quello che mi trasmetteva. Non penso quando scrivo, vengo in un certo senso ispirato, è diverso. Devo sentire delle emozioni, delle sensazioni. Spesso i miei testi sono molto visionari, non parlo mai di un fatto di cronaca oppure dell’amore tra due persone, non mi interessa questo. Io parlo dell’amore, anche passionale, ma con un linguaggio, non dico più trascendentale, ma certo più elevato. Più simbolico, ecco. Io scrivo così.

Le persone dovrebbero venire a sentire un mio concerto. Lì si sente che io dentro sono rock ‘n’ roll, sono blues, dentro. Nell’anima, nella voce, nel modo di cantare, nei sentimenti. Non c’è bisogno di fare l’americano, è una cosa che ce l’hai o non ce l’hai.

Con l’orchestra sono stati concerti speciali, però suono normalmente con un quartetto. Io uso una chitarra classica elettrificata, poi c’è un violoncello che fa anche il basso, un mandolino e poi c’è un batterista percussionista. Però dal vivo sembriamo i Pink Floyd. E così: molte cose si devono ascoltare dal vivo. È un’altra cosa.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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