È giunto il momento di ufficializzare la mia disapprovazione per il termine limitato e persino brutto col quale si pretende di sintetizzare il lavoro di chi interpreta le canzoni che scrive.

Parlo dell’abusato e da sempre impreciso “cantautore”. Gli stessi diretti interessati dalla definizione lo hanno accettato per colpevole pigrizia, che cela la presunta comodità di racchiudere in una sola parola le infinite sfumature in cui consiste, quando è autentica, la specialità di scrivere brani composti da testo e musica. Nella pessima abitudine, di origine anglosassone, risuona peraltro la profonda colonizzazione persino semantica della nostra cultura.

L’inglese songwriter ed il francese chansonnier surclassano di misura la pochezza del nostro “cantautore”, accendendo un immaginario alto e finissimo di sfumature, appunto, che sono quelle peculiarità proprie di ogni singola personalità scrivente, evitando la livella imposta invece dal termine che noi usiamo in Italia.

Senza per forza scomodare la storia della letteratura e della musica nel loro fine intreccio, che vedeva sin dall’antichità nel poeta cantore, nel bardo, nel menestrello, nel trovatore e nel cantastorie gli antesignani della specialità di narrare attraverso il suggestivo connubio tra parole e musica, non si può non notare che quasi nessuno dei cosiddetti canta-autori si riconosca nell’appellativo di “cantante”. Del resto la collisione tra l’immagine evocata dalla parola “cantante” e quella richiamata da “autore” gioca a sfavore della seconda, che è invece la più importante.

Il problema tuttavia, sia chiaro, non si pone in termini di tecnica o di qualità vocale, bensì in termini di squisita attitudine alla scrittura. Quando la scrittura c’è, e non sempre c’è o, per meglio dire, le poche volte in cui questa c’è, è la vera essenza di chi produce creativamente canzoni.

Le canzoni sono il tormento delle nostre vite. Non si dà la nostra contemporaneità senza le canzoni. Man mano che questa formula comunicativa tende a peggiorare, aumenta non solo il numero di persone che fruiscono, ma persino quello di coloro che praticano “professionalmente” le canzoni. Questa evidenza è chiara e non può essere smentita. Meno chiaro ai più è il declino stesso della qualità del produrre canzoni, e le ragioni di tale declino (parlo del nostro amato Paese), vanno ricercate in fattori molteplici, tra i quali annovero personalmente anche il permanere in vigore della definizione di “cantautore”.

Le parole contano. Esse fanno la realtà mentre tentano di definirla. De-finendola, la forgiano. Ed eccoci alla deriva, in un universo mondo che non sa più parlare né scrivere né leggere. Un universo in cui chi parla l’italiano finisce per non esser compreso, e dove in pubblico risulta necessario “abbassare il livello” onde evitare il rischio di usare una lingua diversa da quella corrente.

Del resto la letteratura del nostro Paese nel corso degli ultimi decenni è sempre più affine a una sequela di slogan vuoti, propri del linguaggio diffusosi prima in televisione e poi in rete, influenzato sin nel midollo dai motti di botta e risposta e dalle scorciatoie dei “post” da “social” (ancora e sempre l’inglese a sintetizzare e nullificare le nostre parole ed il loro significato) e inquinato mortalmente dalla paratassi, l’insopportabile tendenza a scrivere disseminando la pagina di frasi brevissime e ostinatamente interrotte dal punto.

Inutile notare che scrivere è una conseguenza creativa del leggere, così come fare musica è conseguenza artistica dell’ascolto.

Ma se torniamo alla musica e al termine da me sottoposto al tribunale del significato, osserviamo quanto segue.

Inizialmente associato a quella genie di autori che pretendeva “l’impegno” politico e sociale come missione del proprio agire in musica, quando i tempi sono mutati e le apparenze sono cadute il termine è divenuto un semplice luogo comune retorico. Infatti si è chiaramente visto che gran parte di coloro che cavalcavano la tigre della trasgressione politica si sono prontamente iscritti alla categoria più becera ma a loro più congeniale della canzonaccia, con la sola ambizione di scalare le classifiche. Una definizione che dunque si appioppa “per comodità”. Si definisce con questo epiteto chiunque, serio o faceto, potente o insignificante, abbia la sfrontata arroganza di proporre qualunque misero tentativo creativo. Tutti cantautori, attualmente, anche perché diversamente i proventi delle possibili e auspicabili, agognate, venerate vendite andrebbero ad altri. Tanto vale quindi essere cantautori.

So bene che esistono “cordate” di “autori” organizzate a tavolino per presenziare a grandi riti commerciali come il Festival di Sanremo, ma quello non è che il sintomo più brutale di un avanzato stato di de-composizione dell’antico mestiere di scrivere.

Essendosi praticamente estinto l’interprete, colui o colei cioè che sarebbe specialista nel donare le proprie qualità performative ad una composizione, osservo che l’inconsistenza della definizione di “cantautore” è più evidente nella distinzione forzata tra “gruppo musicale” e appunto “cantautore”. Si evita così di notare che non vi è differenza, nella musica popolare, tra un insieme di persone ed un singolo individuo, dal momento che, tranne in rari casi, la composizione di un brano musicale è il frutto di una sola mente, o al massimo due, mentre sono innumerevoli gli esempi di “band” (riecco l’impostura anglosassone) che vedevano o vedono in un autore principale la fonte delle “proprie” composizioni. Lo scioglimento dei gruppi o complessi musicali, lo si deve infatti tanto spesso al mettersi in proprio da parte dell’autore principale. Ergo: anche la creatività di gruppi musicali (tranne, ripeto, pochi casi) è frutto di un solo autore.

Per non mancare di sondare un minimo la sua fragile origine, pare che il termine che io faccio del mio meglio per squalificare sia una invenzione lessicale della pregevole scrittrice di canzoni Maria Monti. Mentre sono praticamente certo che la signora Monticelli, vero nome della storica autrice, sarebbe d’accordo con me in quanto sto esponendo, osservo che, al momento della coniazione della parola, siamo sul finire degli anni Cinquanta, all’appressarsi di quella stagione furiosa in cui il mercato della musica sarebbe decollato ed il consumo di prodotti musicali avrebbe fatto da sfondo a tutte le altre “comodità” e leggerezze imposte dall’avvento della società di massa.

Del resto non deve essere molto difficile individuare nell’adozione stessa e nell’abuso di questo termine eccessivamente sintetico la formula della “facilitazione” proposta alla vita delle collettività, vera e propria strategia che in nome della comodità avrebbe portato nel tempo ad uno svuotamento di senso nell’esistenza di sempre più vaste masse di soggetti dediti allo svago e all’assenza di pensiero critico. Moltitudini di gente fessamente egocentrica, formate sempre di più da individui soli, vivono la propria solitudine come condizione quasi ineluttabile. È la società del controllo, del pensiero livellato e della più sottile imposizione di diktat.

Tale società, la nostra, risulta scaturita appunto dall’uso farlocco, tendenzioso, retorico e dunque svuotato di senso delle parole, tanto in politica quanto in musica, ambiti in cui finisce per prevalere il medesimo scopo: il profitto.

Ennesima buona ragione per evitare di usare il termine cantautore, quanto mai improprio nonché carico di nulla.

Autore, nella sua semplice complessità, basta e avanza.

gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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