I suoi antenati parlavano “u sicilianu”. I nonni paterni di Joe Lovano erano di Alcara Li Fusi, mentre i parenti della madre, i Verzì, erano di Cesarò, vicino a Messina. Ma la sua prima lingua, oltre all’american english della Cleveland natale, resta il “saxese”. L’ha imparato dal padre, Tony “Big T” Lovano, sax tenore, nonché compagno di strada di Lester Young, Dizzy Gillespie, Ornette Coleman

«Le origini siciliane hanno influenzato la mia musica in ogni modo. Come musicista, come essere umano, come storyteller. Vengo da lì, da quella realtà. E quella realtà è la mia musica per la vita.» Così ci ha detto in una rapida intervista, che abbiamo realizzato in occasione della pubblicazione del suo nuovo album, intitolato con il nome della formazione che ha appositamente messo in piedi a oltre mezzo secolo dai suoi debutti da professionista, il Paramount Quartet.

«Ho chiamato il mio nuovo ensemble così perché il jazz e il cinema sono gemelli interiori, entrambi sono arti che raccontano storie», aggiunge il 74enne sassofonista, uno dei “grandi vecchi” del jazz contemporaneo. La principale peculiarità messa in luce dalle molteplici esperienze musicali che ha vissuto è senza dubbio l’estrema duttilità, una caratteristica del tutto naturale che gli permette di passare con nonchalance dalla pura ricerca (per esempio, assieme a Paul Motian e Bill Frisell, o con Henri Texier) a un elegante “jazz di mezzo”, dai tratti estetici essenzialmente mainstream (soprattutto i dischi realizzati da titolare dopo i primi anni Novanta).

«Questo quartetto possiede quella che amo definire “consapevolezza globale”, che è data dall’approccio multiculturale che seguono come direzione artistica questi ottimi musicisti nel loro lavorare insieme come band.» Il chitarrista Julian Lage e la sezione ritmica formata dal bassista Asante Santi Debriano e dal batterista Will Calhoun dei Living Colour (incontrata casualmente a una raccolta fondi del 2023 in favore di Portorico, colpito da un devastante uragano) formano con il Nostro un ensemble che privilegia la mobilità: niente sovrastrutture, niente arrangiamenti ingombranti, solo quattro musicisti che comunicano con una precisione quasi telepatica.

Lovano, in stato di grazia, propone un suono ampio, granulare, con quella qualità “parlante” che gli permette di trasformare ogni frase in un gesto narrativo. I ritmi sono un motore elastico, che alterna densità e sottrazione. Lage crea spazi quasi trasparenti, che passano dall’evanescenza pensosa alla tensione affilata, in cui il sassofono si espande o si ritrae. Così il quartetto dialoga come una comunità sonora, con temi ricchi di appeal, improvvisazioni che si aprono come porte e un tenore che racconta senza mai sovrastare.

Sta per compiere 74 anni: qual è il segreto per mantenere originalità e freschezza a più di mezzo secolo di distanza dai propri inizi e dall’essere quasi subito considerato uno dei maggiori sassofonisti della scena mondiale?

«Ogni relazione che viviamo come musicisti di jazz in giro per il mondo, abbracciando tutte le idee e giocando con la nostra ispirazione, ci mantiene giovani.»

Paramount Quartet (ECM/Ducale) è uno di quei dischi in cui Lovano sembra voler ricordare a tutti che il jazz, quando è suonato con la libertà dei grandi, è un organismo vivente. E che mantiene vivi. Il suo operare da anni con l’idea precisa che il jazz è un linguaggio aperto, dove la tradizione non è un museo ma un campo di possibilità, trova qui una nuova, eccellente declinazione. Non c’è nostalgia, non c’è citazione compiaciuta, c’è un continuo attraversamento della storia del jazz, dai quartetti modali degli anni 60 alle libertà post-bop, passando per quella dimensione lirica che Lovano ha sempre coltivato con cura. Il disco sembra costruito come una serie di stanze comunicanti attraversate da una tensione sotterranea, con una fluidità impressionante o con una calma quasi rituale, con sospensioni cameristiche o con libertà controllate.

foto di Roberto Cifarelli

Cinque gli originali per costruire un ambiente sonoro che è insieme caldo e inquieto, ordinato e imprevedibile. Due le cover. First Song è una ballata in omaggio a “chi ti ha salvato la vita”. Se nel caso di Charlie Haden che la scrisse fu la moglie Ruth, la sua interpretazione pianoless – scelta più unica che rara per questo brano – assume una valenza quasi universale, pur nel suo incedere cameristico e interiore. Chi o cosa ci salverà la vita? Alle persone, al pianeta, alla musica?

«Ho suonato a suo tempo First Song con Charlie stesso e so che la scrisse come inno all’amore e alla pace. Sono questi i valori che soli possono salvarci in ogni situazione.»

Lady Day è un omaggio alla più grande cantante jazz di sempre. Lei crede che il sassofono abbia ancora il ruolo di “voce” in un ensemble musicale oppure oggi debba possedere caratteristiche nuove?

«L’obiettivo di ogni solista è di sviluppare un percorso tutto suo e di sentirlo volare. Il sassofono è lo strumento che ho scelto per creare il mio suono personale, proprio come hanno fatto Billie Holiday e Wayne Shorter, che ha scritto questo magnifico brano.»

Infine ricordiamo che il musicista di Cleveland è, dal 2025, il direttore artistico del primo grande festival italiano dell’anno, quello ormai storico della città orobica. Come direttore artistico del Festival Jazz di Bergamo ha ascoltato molto jazz italiano, anche di artisti giovani. Come valuta la qualità e l’originalità del nostro jazz? E di quello internazionale?

«La comunità internazionale del jazz è una benedizione. Ci nutriamo a vicenda del suono e delle sensazioni dell’altro: non ci sono confini nella musica.»

Che caratteristiche deve avere un bravo direttore artistico di un festival jazz?

«Deve saper presentare e organizzare un programma di artisti creativi, che possiedono un messaggio da comunicare con la loro musica.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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