Ci sono festival che si ricordano per il nome più famoso in cartellone e altri che, una volta finiti, lasciano la sensazione di aver vissuto qualcosa di più di una semplice successione di concerti. È questa l’impressione che porto con me dopo tre sere trascorse alle Cave di Fantiano per il decennale del Cinzella Festival.
Rientrando a casa, nella notte che chiude la manifestazione, mi torna in mente un pensiero semplice: sembra quasi di aver ascoltato una delle playlist più belle che si possano immaginare. L’elegante warm up elettronico di Populous, l’intensa e ipnotica ricerca sonora dei Kerala Dust, la potenza visionaria dei Bluvertigo e, come quando ormai la notte è inoltrata e resta solo il tempo della riflessione, la poesia di Niccolò Fabi. Quattro mondi musicali lontanissimi tra loro che, messi nell’ordine giusto, finiscono per raccontare una storia.
Qualche ora dopo leggo un post di Luca De Gennaro che si domanda perché tutti i festival non siano come il Cinzella. Il riferimento è all’organizzazione, ai prezzi accessibili, all’assenza di code, alla qualità dell’accoglienza e alla dimensione ancora profondamente umana della manifestazione. È difficile non condividere quella riflessione. Dopo dieci anni il festival di Grottaglie sembra aver raggiunto un equilibrio raro: abbastanza grande da ospitare artisti di livello internazionale, abbastanza raccolto da conservare un rapporto diretto tra musicisti, organizzatori e pubblico.
Tra gli spettatori è normale incontrare il direttore artistico Michele Riondino e che si diletta in un dj set all’apertura dei cancelli, lo stesso De Gennaro che segue i concerti come un semplice appassionato o gli artisti del giorno successivo, come Andy dei BluVertigo e Niccolò Fabi, arrivati per assistere alle esibizioni dei colleghi. Le barriere, qui, sembrano non esistere. Anche l’organizzazione è ormai una macchina perfettamente rodata: parcheggi a pochi passi dall’ingresso, ampia area food, il tradizionale market, un’ottima acustica e una visibilità eccellente praticamente da ogni punto dell’arena naturale scavata nel tufo. Tutto contribuisce a lasciare spazio soltanto alla musica.
Ed è proprio la musica a guidare il viaggio della prima serata.
Populous e Kerala Dust, quando l’elettronica racconta un paesaggio
Ad aprire il festival è Populous, producer salentino che propone un live elegante e sorprendentemente coerente con lo spirito del Cinzella. Nessun cedimento ai tormentoni estivi, nessuna ricerca dell’effetto immediato: soltanto una raffinata miscela di elettronica, suggestioni tropicali, sonorità world e visual perfettamente sincronizzati con la musica. Il suo A/V Live cresce lentamente, accompagnando il pubblico dentro l’atmosfera del festival quasi fosse un rito di ingresso.

Il passaggio ai Kerala Dust avviene senza soluzione di continuità, ma cambia completamente il paesaggio sonoro. Alla loro prima esibizione nel Sud Italia, Edmund Kenny, Lawrence Howarth, Timothy Gardner e Pascal Karier trasformano le Cave di Fantiano in uno scenario cinematografico. Le pareti di tufo illuminate dai giochi di luce sembrano amplificare ogni riverbero della chitarra, ogni pulsazione dei sintetizzatori, ogni sequenza ritmica.
Il loro concerto non vive di singoli episodi ma di un flusso continuo nel quale elettronica, krautrock e psichedelia contemporanea convivono con sorprendente naturalezza. Affiorano richiami ai Depeche Mode nella vocalità profonda di Kenny, ma la personalità della band rimane sempre riconoscibile. È un’esperienza immersiva che conquista anche chi scopre i Kerala Dust per la prima volta.

La filosofia del Cinzella emerge già chiaramente dalla serata inaugurale: non inseguire le classifiche, ma proporre artisti capaci di lasciare qualcosa anche oltre la durata del concerto.
Bluvertigo, la reunion che guarda avanti

La seconda serata cambia completamente registro. L’elettronica raffinata di Indian Wells prepara il terreno al ritorno dei Bluvertigo, probabilmente il concerto più atteso dell’intero festival.
L’interrogativo che accompagna la reunion è inevitabile: sarà soltanto un’operazione nostalgia? Bastano pochi minuti per dissipare ogni dubbio.
L’ingresso di Sergio Carnevale, Andy, Livio Magnini, Lele Battista e infine Morgan è accolto da una lunga ovazione, ma è soprattutto il suono a sorprendere. Potente, moderno, preciso. L’apertura con Decadenza chiarisce immediatamente che il repertorio dei Bluvertigo continua a parlare al presente.

Morgan attraversa il palco passando dai sintetizzatori al pianoforte, ma è soprattutto il timbro percussivo del suo basso che diventa uno degli elementi più caratterizzanti del concerto. Andy alterna sax, tastiere e cori con l’eleganza di sempre, mentre Livio Magnini cesella ogni brano con chitarre essenziali ed efficaci. L’apparato visivo accompagna perfettamente il concerto, tra geometrie digitali, immagini simboliche e suggestioni psichedeliche.
Tra i momenti più intensi resta il ricordo dedicato a Franco Battiato, evocato da Morgan con poche parole sincere, e la raffinata interpretazione di Loving the Alien di David Bowie. Poi il concerto cresce progressivamente fino all’esplosione finale di Zero e ai bis acustici, cantati praticamente da tutta l’arena.

Più che la nostalgia colpisce la contemporaneità di una band che sale sul palco semplicemente per suonare e lo fanno con la consapevolezza che il loro repertorio non appartiene al passato, ma continua ancora oggi a parlare al presente.
Niccolò Fabi, il tempo delle parole
L’ultima notte ha un’atmosfera diversa. Dopo l’opening affidato a Cristian Cosa, le Cave sembrano quasi raccogliersi in attesa di Niccolò Fabi.
L’ingresso del cantautore romano è volutamente privo di qualsiasi teatralità. Accanto a lui una formazione ormai consolidata — Roberto “Bob” Angelini, Alberto Bianco, Filippo Cornaglia, Giulio Cannavale e Cesare Augusto Giorgini — costruisce un suono elegante, caldo e profondamente organico.
Prima ancora della musica arrivano le parole. Fabi racconta la gioia di essere finalmente approdato al Cinzella, dopo tanti tentativi e grazie all’amicizia maturata negli anni con gli organizzatori, a partire dall’esperienza dell’Uno Maggio Taranto.
Da La promessa fino a Una buona idea, il concerto si sviluppa come un lungo dialogo con il pubblico.
Ogni canzone nasce quasi sottovoce, con arrangiamenti essenziali, per poi aprirsi lentamente fino a trasformarsi in un crescendo corale in cui tutta la band entra progressivamente in scena, costruendo paesaggi sonori suggestivi in particolare con i suoni della slide guitar di Roberto Angelini.

Brani come Nel blu e Una somma di piccole cose diventano occasione per raccontare incontri che cambiano la vita.
Il momento emotivamente più intenso arriva con Attesa e inaspettata. Fabi racconta come il significato di un brano possa trasformarsi con il passare del tempo. Nata per celebrare una nascita, quella canzone è diventata negli anni il riflesso di un’assenza, tanto da essere rimasta fuori dalle scalette per molto tempo. In questo tour ha deciso di riportarla sul palco nel tentativo di riconsegnarle il suo significato originario. Durante l’esecuzione parte spontaneamente un lungo applauso. Lui invita il pubblico ad alzarlo ancora di più, “per farlo arrivare fin lassù”. Da quel momento il brano cresce fino a un finale di straordinaria intensità, con tutta la band raccolta attorno alla batteria in un crescendo che lascia l’arena sospesa tra silenzio ed emozione.
È forse qui che si comprende davvero la forza del concerto. Le parole di Fabi sono importanti, ma è la musica a completarne il significato. Gli arrangiamenti respirano insieme ai testi, si espandono lentamente e trasformano ogni brano in un’esperienza collettiva.

Quando arrivano Costruire e Una buona idea, il pubblico canta ormai ogni verso. Fabi inserisce persino un improvvisato “Cinzella oh oh” nel finale, accolto con entusiasmo da tutta l’arena.
Il bis con Lontano da me e Lasciarsi un giorno a Roma chiude la serata in un lungo abbraccio collettivo. Sulle note di Pictures of You dei Cure, il cantautore resta ancora qualche istante sul palco con i fiori tra le mani, osserva il pubblico, lancia un ultimo bacio e sembra quasi esitare prima di andarsene. Un’immagine semplice, ma perfetta per concludere una serata costruita sulla sincerità più che sulla spettacolarità.
Un festival che ha trovato la propria identità
Alla fine del decennale resta soprattutto una convinzione: il Cinzella non è soltanto una rassegna di concerti. È un festival che, anno dopo anno, ha imparato a costruire un racconto.
Nel corso di questa edizione Populous ha preparato il terreno, I Kerala Dust hanno accompagnato il pubblico in un viaggio ipnotico, I Bluvertigo hanno riportato al presente una delle esperienze più originali del rock italiano e Niccolò Fabi ha concluso tutto riportando l’attenzione sulle parole e sulle emozioni.

Forse è proprio questa la differenza rispetto a molti altri festival: qui il cartellone non è stato una somma di nomi, ma una sequenza pensata con cura, nella quale ogni artista prepara emotivamente l’arrivo del successivo.
Dopo dieci anni il Cinzella Festival non ha soltanto consolidato un’organizzazione efficiente o trovato una splendida casa nelle Cave di Fantiano. Ha costruito qualcosa di molto più difficile: una precisa identità culturale. Una proposta artistica alternativa, coraggiosa e coerente, che oggi rappresenta una piacevole eccezione nel panorama della musica dal vivo, troppo spesso dominato da logiche esclusivamente commerciali.






































